Rassegna stampa


Rassegna Stampa & Parlano di Noi

COME UN BAMBINO ABBANDONATO NELLO SPECCHIO

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Come un bambino perso nello specchio dell’armadio

GALLEGGIO, ANNEGO, GALLEGGIO
Si può annegare nell’esistenza. O provare a rimanere a galla, tra correnti che smuovono superfici increspate di possibilità da rischiare, se assecondate, tra mulinelli di precarietà da aggirare, con virate decise, tra maree che ritornano puntuali a regolare gli alti e i bassi di un’umanità febbricitante. Ma che non ha rinunciato alla vitalità, sorpresa nelle armonie affidate al caso, sospesa nelle intenzioni celate al buio, sottesa nel sorriso che è sapere impastato alla creatività di parole pronunciate nel corpo. Nella variazione di braccia che si rinserrano nel vuoto, nell’evoluzione di gambe che saltano il fondo, nella pulsazione di fiati che modellano visioni. Fugaci e di inaspettata bellezza, quelle che la Compagnia Atacama racchiude nel catalogo immaginifico di uno spettacolo sottile, per la poesia impalpabile che lo alimenta, mistico, per la congerie filosofica che lo sostiene, ricercato, nella risoluzione compositiva di quadri, avvicendati sulle musiche originali degli Epsilon Indi, sodalizio ormai consolidato. Una partitura di sonorità elettroniche e sperimentali che magnetizza i gesti, coreografati da Patrizia Cavola e Ivan Truol, e li trasferisce in combinazioni innestate da anatomie in movimento. Dentro la circonferenza di luce del palco, sotto la parete sfavillante del fondale, quattro danzatrici, Valeria Baresi, Anna Basti, Ilaria Bracaglia e Cristina Meloro, più uno, Marco Ubaldi, esplorano la fluidità di stimolazioni opposte, l’estemporaneità di voci non corrisposte, l’emozione di accordi sperimentati e poi abbandonati, alla ricerca di altri. C’è una coralità che sorprende in questo “Galleggio, Annego, Galleggio”, una complessità non finita, e di certo, indefinita di accenti che si contrappuntano con autonomia, nella melodia immersiva di quell’attimo, che ha la durata di una vita.

Valentina De Simone (29)
(30 marzo 2013)

la Repubblica.it ROMA

Che teatro fa di Rodolfo di Giammarco

La corsa affannosa e incessante di un individuo, incurante degli ostacoli della vita e degli sconosciuti che incrociano il suo cammino. Lui corre, corre, corre, cade e si rialza, corre e non si ferma mai. Un cerchio, un circolo, un tondo. La vanità dell’esistenza e l’egocentrismo di scansare gli altri. Le infinite e innumerevoli sfaccettature dell’animo umano, che può passare dalla gioia al dolore, dalla paura allo stupore, dal piacere alla vergogna in un frangente di secondo. Punti di vista. Divergenze concettuali. Un abito da sposa. Queste sono solo alcune delle suggestioni percepibili, ma quella che la Compagnia Atacama porta sul palcoscenico Teatro Vascello il 27 Marzo, in replica per i due giorni successivi, è una ricerca coreografica densa di significato e di significati. Dalle inesauribili contraddizioni dell’essere umano contemporaneo, dal galleggiare tra sentimenti contrastanti, è scaturito un lavoro corale di improvvisazione corporea e intellettiva di scambio tra i danzatori e i coreografi. Un risultato poetico e visionario, che unisce movimento e riflessione sulla parola e sull’espressione gestuale dei danzatori-attori, abitanti della scena con i loro corpi e le loro menti. Il progetto non avrebbe potuto avere luogo senza la collaborazione ben riuscita con il compositore Sergio de Vito per la creazione di musiche originali in un crescendo di dissonanze e Danila Blasi che ha curato il disegno luci, essenziale ma di grande impatto. In scena i danzatori Valeria Baresi, Anna Basti, Ilaria Bracaglia, Cristina Meloro e Marco Ubaldi, di chiara esperienza teatrale, hanno reso manifeste le sfaccettature dell’interiorità con un’interpretazione pulita e tangibile. Ludovica Mattioli

Ludovica Mattioli
29 marzo 2013, in Recensioni, Spettacolo

Io Danzo.org

Una sequenza di tre momenti, tre movimenti dove la stasi coincide con il pensiero meditativo, il divincolarsi sfrenato con la gioia dell’esistenza. Tutto all’interno di un’immaginaria piscina delimitata da luci cangianti: cerchio perfetto che rimanda alla vita, al perenne fluire di stati d’animo e gesti. In questo spazio si incontrano e scontrano cinque strani ragazzi (Valeria
Baresi, Anna Basti, Ilaria Bracaglia, Cristina Meloro, Marco Ubaldi), ognuno alle prese coi suoi difetti e le sue debolezze, archetipi umani che si spaventano e si meravigliano.
Lo spettacolo ci rappresenta così la poesia della vita nella sua forma più fisica fatta di slanci e cadute, repentini cambiamenti e contraddizioni insanabili. Una scommessa quella di Patrizia Cavola e Ivan Truol – ideatori, coreografi e registi – che al debutto del 27 marzo al teatro Vascello può dunque ritenersi vinta, essendo riusciti nella non facile impresa di portare alla superficie una marea di sentimenti che senza saperlo portiamo spesso sommersi.

RECENSENDUM
CINEMA & TEATRO: IL VERBO DI SWIMMY
Pubblicato: 29 marzo 2013 in teatro

“Galleggio, annego, galleggio” emancipa la danza contemporanea italiana da una zona d’ombra
La Compagnia Atacama riflette sugli avvicendamenti di una vita: le sue manifestazioni incontrano le variegate forme espressive del teatro danza.
Galleggiare sorretti dal vortice di energie sospese che ritornano e scalfiscono. Accompagnati da un continuum di traiettorie, direzioni e mete che culminano nella loro interruzione: un contatto turba la situazione, ne ribalta la realtà e fa sprofondare in una riflessione più intimista e psicologica. È come annegare in un cumulo di risvolti che si rivelano: il suolo calamita i danzatori che lì consumano la loro razionalità attraverso la destrutturazione dei movimenti, la loro segmentazione e frammentazione, rendendoli così analiticamente spolpati. Questa disanima sfuma poi nel riemergere di una spontaneità espressiva incarnata da gestualità mimiche, vocalità sorprendenti e da un gusto più decisamente carnevalesco e circense: questo ritorno è incalzante, eccentrico. E si ritorna a galleggiare. “Galleggio, annego, galleggio” della Compagnia Atacama porta in scena una dialettica circolare che attraversa episodicamente le componenti di una vita: un tema complesso e ampio che i coreografi Patrizia Cavola e Ivan Truol agiscono nel tentativo di carpirne la materia attraversandone le manifestazioni, senza l’ambizione di tradurne verità.
La Compagnia Atacama lavora cercando di impostare un territorio di ricerca che coinvolge a più dimensioni le dinamiche espressive: il teatro danza si dà quindi la possibilità di scavallare i propri confini, lavorando con danzatori molto differenti tra loro ma tutti dotati di una chiara marcatura espressiva. Valeria Baresi, Anna Basti, Ilaria Bracaglia, Cristina Meloro e Marco Ubaldi possiedono in scena una chiara caratterizzazione che ne definisce il ruolo all’interno dello spettacolo svelando un lavoro di training importante e un procedimento registico che porta il suo peso.
Un lavoro che ci ricorda quanto florido sia il terreno di ricerca coreutico e di quanto sia tenace perché, diciamolo, la danza contemporanea soffre più di altri ambiti artistici la povertà del settore-cultura: ridotta a ramo adiacente il teatro, priva di autonomia e secondaria rispetto alle sua stesse forme tradizionali e accademiche, la danza contemporanea e di ricerca rimane ignorata ai più; eppure resiste lavorando con costanza nel sottosuolo cercando di dare fondamento a un futuro che possa darle la meritata emancipazione. La Compagnia Atacama al Teatro Vascello ci permette di essere entusiasti: che le Istituzioni comincino ad accorgersi che forse il Balletto Romantico sia pronto a lasciare il passo a una danza davvero figlia del suo tempo, densa, materica e vivissimamente critica?

Anna Pozzali
Venerdì 26 Aprile 2013
10 04 2013 (Teatro / Visti da noi)

La scena delimitata da un evocativo cerchio di luci che cambiavano colore, è stata animata per circa un’ora da quadri viventi che alternavano momenti di debolezza umana, momenti di esibizionismo, relazioni, contatti, confronti. Senza una logica narrativa, i danzatori hanno mostrato varie sfumature dell’essere umano, in modo autentico, senza nascondere i difetti dello spirito e le voglie del corpo. Nella maggior parte dei casi è stato il riso il sentimento dominante, il perno che ha legato il corpo e l’anima degli interpreti. L’ironia e l’autoironia aiutano a superare i limiti del corpo e dello spirito, lo sanno bene Patrizia Cavola e Ivan Truol, che hanno guidato la creazione cercando di far partire il movimento da ciò che evoca la scrittura. Le azioni e le reazioni degli interpreti sono state meticolose e simpatiche, le idee e le risoluzioni di alcuni confronti originali e genuine. La danza negli unisono è stata perfetta. Tanto materiale ha segnato il palco del teatro, tra immaginario e realismo. I cinque interpreti galleggiavano e annegavano con varie modalità di immersione, alternando i momenti in modo organico. Il tutto coadiuvato dalle musiche originali del compositore Sergio de Vito. Musiche che hanno guidato la scena e hanno interagito con i danzatori. Un riconoscimento particolare va anche alle luci di Danila Blasi che hanno saputo creare le giuste atmosfere e sottolineare particolari e suggestioni.

di Valeria Loprieno
TEATRI DI CARTAPESTA
1 aprile 2013

TEATRI DI CARTAPESTA

Svelare le contraddizioni dell’animo umano, rendere visibile ciò che l’anima immagina soltanto, dare vita attraverso la danza ad una poesia fisica che scavi a fondo nell’inconscio collettivo:
questi sembrano gli obiettivi principali di “GALLEGGIO, ANNEGO, GALLEGGIO”, ultima fatica della compagnia atacama in scena al teatro Vascello di Roma fino al 29 marzo.
Un’umanità, quella descritta dallo spettacolo, che sembra galleggiare, annegare per poi galleggiare nuovamente nella sua quotidianità, contrassegnata in particolar modo dalla nostra
assurda tendenza al correre, alla velocità, alla fruizione immediata delle cose: in poche parole, al movimento.

Venerdì, 29 Marzo 2013
Chiara Cacciotti

Dal fondale pendono fili di lucine bianche mentre sul palcoscenico le piccole luci colorate disegnano un cerchio, un luogo da percorrere in senso circolare. La percezione che si ha dello spazio diventa sconfinata.
La parola, che interviene in maniera del tutto inaspettata, ha il compito di esplicare in un solo momento, due modi diversi di vedere le cose, di percepire la natura e la vita la cui chiave di soluzione è forse l’unione insita nella relazione amorosa allo stato puro.
Il corpo dei danzatori si abbandona, annega per poi ritornare in superficie. Fondamentale il cabaret, l’umorismo, il sorriso che per Jodorowsky diventa necessario per esorcizzare le paure più profonde. Galleggio, annego, galleggio è un cerchio che si apre con una ricerca e si chiude probabilmente con un rito d’iniziazione di una giovane sposa.
Forse alla fine della performance – che unisce l’elaborazione di una danza che da vita ad una poesia fisica ad un lavoro di costruzione pittorico e visionario sull’immagine – gli spettatori, come individui nel senso più generico, smetteranno di galleggiare, annegare, galleggiare e riusciranno a stabilire tra di loro una comunicazione che gli permetterà di avanzare verso uno
stadio superiore di pace e coscienza.

Alessia Fortuna
Giovedi’, 23 Maggio 2013

La danza degli Atacama dà vita ad una poesia fisica, pittorica e visionaria, con forti interazioni sonore.
Rodolfo Di Giammarco 

La Repubblica ROMA

Variazioni di braccia, evoluzioni di gambe, pulsare di fiati, ricerche sottili di immagini e poesia fisica costituiscono il flusso di Galleggio, Annego, Galleggio….Visioni al di fuori delle logiche
narrative, con le partiture elettroniche sperimentali degli Epsilon Indi.
Rodolfo Di Giammarco

 La Repubblica ROMA

 

RECENSIONI Link’s

http://ricerca.repubblica.it
www.labcreativity.it
recensendum.com
ioblog.iodanzo.com
www.pensieridicartapesta.it
www.lanouvellevague.it
www.recensito.net
giornaledelladanza.com

ESPOSTA

…..accade anche di ridere nell’assistere a tre danzatrici che parlano tra loro una lingua sconosciuta, vagamente onomatopeica, piena di carica espressiva e gestualità del corpo, che ci ricorda quanto siamo tutti uguali in fondo: si litiga e si gioisce per le stesse cose, semplici e piccole… In un susseguirsi di soli, duetti e trii le tre danzano insieme e da sole senza intaccare la sfera della personalità l’una dell’altra, nonostante la fisicità del contact le renda alla vista una sola entità, un solo corpo che si muove nello spazio.
La bellezza delle tre culmina nella scena finale, che riassume e mette a nudo non solo la donna con tutte le sue accezioni, ma, di nuovo, la diversità delle tre donne in scena, che poi saremmo tutte noi. In questa scena intensa e carica di espressività, pur rimanendo nel semplice, una danzatrice alla volta entra sulla scena e si leva i vestiti; li poggia a terra fino a quando non resta in culotte e reggiseno color carne e poi, immobile, guarda il pubblico, ferma in piedi con i palmi delle mani rivolte verso il pubblico. Non c’è confessione più spassionata, dolce e sincera del denudarsi in questa maniera. Ancor di più perché dopo si rivestono l’un l’altra ed è commovente come si prendano cura l’una dell’altra nell’infilarsi i vestiti. Amorevolmente, come solo una madre, una sorella, un’amica, una figlia possono fare. Come solo una donna può fare.

AUDREY QUINTO
Teatri di Cartapesta
30 ottobre 2011

Ritmi ostinati e irregolari, desiderio e tendenza alla frammentazione. Nell’era tecnologica Esposta sembra essere un richiamo alla riconciliazione con il proprio corpo. Esposto è il pensiero, esposto è il volto, esposto è il ricordo. La creazione della compagnia Atacama fondata nel 1997 da Patrizia Cavola e Ivan Truol, porta lo spettatore all’ascolto dell’immaginario che il linguaggio coreografico con la sua forza espressiva ci propone suscitando un timore reverenziale e una resa all’amore. La compagnia si ispira ad una ricerca di linguaggio multi poliedrica che si integra con il corpo nelle sue differenti forme di espressione, dalla danza al teatro di parola, riassumendosi in un unico linguaggio.
Linguaggio non solo come identità di un processo comunicativo, ma veicolo per un esplicitazione di un’ esperienza condivisa e narrabile.
Le tre donne che sono messe in relazione attraverso la danza, sono aperte ad una rappresentazione del loro stato d’animo, complici come le streghe nella brughiera di Shakespeare, complementari come i cicli di passaggio magnificamente rappresentati da Gustav Klimt nell’opera “Le tre età della donna” come testimonianza di un essere stato, di un essere nel presente immediato e di un possibile essere futuro. La loro fragilità e la loro forza si equilibrano nell’atto dell’esporsi al mondo e del rendersi visibili al corpo dell’ altro, per offrirsi in uno scambio ad un gioco di trasformazioni. C’è qualcosa di meraviglioso, commovente, speciale nell’essere disposti a rivelarsi senza protezioni, barriere, maschere, in quello stato di fragilità che acquista in tal modo una forza senza uguali.
“Esposta” è stato presentato all’interno del teatro Quarticciolo di Roma, come spettacolo vincitore del bando per le associazioni territoriali del VII Municipio, per la qualità dell’indagine e l’attualità del tema rivolto alla sfera femminile……..
Il timore di un’inquietudine incomunicabile permette a Ilaria Bracaglia, Sara Simeoni e Cristina Failla, di comprendersi per potersi comunicare e riconciliare con le proprie emozioni attraverso un travestimento che non cessa mai di far risuonare in noi le nostre più profonde paure, create da un necessario sacrificio individuale.

ANTONELLA CAIONE
art a part of cult(ure)
19 MARZO 2011

Uno spettacolo sul coraggio e la determinazione di una donna…. Una ricerca performativa sulle possibilità espressive di un “corpo eroico femminile”, nudo nella propria esposizione, senza
pelle né difese, in una commistione di poesia del movimento ed elementi di visionarietà pittorica.

ROMAC’È
26/01/2011

Lo diciamo continuamente: “mi sono esposta”, “non ti esporre”, “quel tale ha subito un eccessiva esposizione…” aggiungendo magari mediatica. Il verbo “esporre” ha subito recentemente una sorta di mutazione genetica e dal significato relativamente semplice di “porre fuori, mettere in mostra/vetrina”, riferito di regola ad oggetti, è passato ad esprimere una congerie di significati, situazioni e stati d’animo psicologici, riferiti invariabilmente a noi, esseri umani. Intorno a questa accezione dell’espressione “esposta” ruota la nuova creazione della coreografa Patrizia Cavola per la compagnia Atacama, – da lei fondata e diretta con il collega e partner Ivan Truol – realizzata in chiave femminile….Ma il soggetto è anche l’eroe, e il suo essere “esposto, indifeso, senza pelle”. E dunque temi sono anche “la forza e la fragilità, il coraggio e la paura”.

DONATELLA BERTOZZI
IL MESSAGGERO
1 febbraio 2011

L’AMBITO

“Dinamiche dal Core”. Parole di danza.
Due giorni di spettacoli e riflessioni sulla danza contemporanea. Roma, Teatro Palladium.
Infine, sul palcoscenico, la compagnia “Atacama” con “L’Ambito”. In una scena semibuia, due personaggi illuminati da separati fasci di luce si osservano e studiano a distanza. Ognuno ha il suo “ambito”, il suo recinto, spazio di identificazione, delimitazione e difesa del proprio io. Gli ideali protagonisti di un confronto filosofico sulla relazione e il legame tra l’uomo e il suo altro diventano gli universali rappresentanti del desiderio di interazione, della paura del diverso, dell’ansia dell’ignoto e del tentativo di comunicazione tra persone. Tra agili movimenti e significativi dialoghi gli interpreti Patrizia Cavola e Ivan Truol catturano l’immaginazione, divertono e fanno riflettere. Favola moderna e viaggio ideale sul senso delle relazioni e sulla reazione all’incontro con gli altri, osservatori indesiderati e invasori sconosciuti di un ambito- perimetro da difendere. Affascinante e originale creazione interpretata con bravura ed eleganza.
Rileviamo con soddisfazione l’importanza e l’interesse del progetto Core e ne attendiamo con fiducia lo sviluppo, la crescita e le iniziative future

LULA ABICCA
www.fourzine.it
MAGGIO 2010

 

“L’ambito”, allestito dalla compagnia Atacama di Roma e andato in scena al Teatro Concordia martedì 15 settembre, è uno spettacolo ricco di spunti e suggestioni, intarsiato di danza e musica, secondo le grandi abilità dei due danz-attori Patrizia Cavola e Ivan Truol. Si trattava del quarto appuntamento all’interno del quindicesimo incontro nazionale dei “Teatri Invisibili”.
Il pubblico del Concordia ha potuto apprezzare sia il lavoro formale, sia i riflessi “sociali” dell’azione, in particolare il discorso sulla vita degli individui nel mondo contemporaneo, incasellati in “ambiti” come caselle di alveare, tra lavoro, spazi urbani, tempi e luoghi contingentati. Efficace la forza comunicativa dei gesti danzanti dei due personaggi sulla scena, la cura dei dettagli in questo spettacolo minimale e di grande impatto, e specialmente le musiche originali di Epsilon Indi, oltre al testo di Oscar Stuardo (tradotto dagli stessi Cavola e Truol).
Il sipario si apre con ognuno dei due attori su un lato del palco, luce fredda sull’una, luce calda sull’altro. I costumi, neri con strisce bianche, sembrano essi stessi evocare l’asfalto, le strade di una qualunque città, e quindi il traffico, il disordine quotidiano. I due sono bene inquadrati all’interno dei rispettivi “ambiti”, ma a poco a poco impareranno a muoversi e a comunicare, fino all’osmosi dei due spazi di vita, con scambi danzati che suggeriscono un dialogo non più condotto solo con le parole, ma con spinte, trazioni, impenetrabilità dei corpi, rotolamenti, adesioni, vicinanze, distanze.
Acquisita l’alternanza parola/danza, i due passano a “fronteggiare” la comparsa dell’“altro”, nella forma di visi proiettati sullo sfondo, con espressione neutra, sorridente, o accigliata. Facce che non se ne andranno, come i due vorrebbero, ma anzi si moltiplicheranno, riassorbendo i protagonisti in una dimensione di anonimato sociale, quella stessa che l’“ambito” iniziale teneva all’“esterno”, in una sorta di distanza di sicurezza, più asettica che personale.
Teatro-danza, teatro fisico, Beckett: riferimenti molteplici per un lavoro che potrebbe essere accostato a varie altre esperienze del teatro recente e meno recente, e si offre intanto agli spettatori con la fluidità del gesto di Cavola e Truol, i loro movimenti, un audio ben calibrato e il minimalismo di una linea narrativa semplice, dal sé verso gli altri, rompendo la claustrofobia di un “ambito” che non è “autenticità” ma prigione.

 

GIOVANNI DESIDERI
 :ILIBIS.
ilibis.blogspot.com
16/09/2009

 

Due ballerini (solo “nominalmente” un Lui e una Lei) inseriti in uno spazio scenico indistinto, privo di limiti fisici e inesplorato, neutro come il sesso di chi lo occupa, che, alla ricerca dell’ambito individuale coerente con le leggi della prossemica conoscitiva, gli consente di appropriarsi o respingere l’altrui presenza. Fin dal primo istante della pièce si assiste pertanto alla presa d’atto dello spazio scenico, con lui burattino immaginario che si erge verticalmente, novello uomo di Vitruvio, e lei che si contorce orizzontalmente, a evidenziare, sottilmente, le differenze fisiche dell’uomo e della donna. La Compagnia Atacama, fondata nel 1997 da Patrizia Cavola, coreografa e ballerina italiana, e Ivan Truol, coreografo, ballerino e attore cileno si propone come luogo di studio, di ricerca, sperimentazione e laboratorio per la creazione di un teatro fisico dove risalti la fondamentale relazione tra movimenti, danza ed espressione vocale nella forma di poesia o canto. L’ambito è un progetto che ben rappresenta il loro lavoro di ricerca, verso le dimensioni di un teatro che sia nuovo, in un’epoca storica in cui i generi vengono superati a favore di nuove arti ibride che volgano lo spettatore al coinvolgimento personale e ad uno stadio di travolgimento emotivo. Sullo sfondo di una musica che alterna crescendi noir a stasi elettroniche, la distanza dall’altro è attraversata prima timidamente, entra in campo l’olfatto per lei, il tatto, per lui, la vista, per entrambi (originale ed espressiva la “presa di possesso” del movimento altrui a distanza), poi sempre più prepotentemente, nell’istante in cui l’ambito individuale, ormai condiviso con un altro da sè, necessita di essere difeso dalla curiosità e dall’attacco esterno. Il testo del drammaturgo cileno Oscar Stuardo, si propone come un pre-testo o un supporto alla messinscena, che si presti come riflessione dalla quale partire per disarticolare la rappresentazione affidata alle qualità recitative e interpretative degli attori. Lo spettatore è rapito in uno stato di ansia e angoscia che pervade i due personaggi, Jam e Jem, due esseri astratti, senza storia né genere, solo emozioni e paure che li pervadono, generando equilibrio costante tra potenza ed elasticità, perfettamente resa da i due interpreti in scena che, pur manifestando concretamente la differenza caratteriale Uomo/Donna (“Tu osi sempre”; “Sì ma tu avanzi di più”), rendono equidistribuito lo slancio dinamico, cosicché l’intreccio di corpi, le prese acrobatiche, le pose plastiche, siano sostanzialmente connotate da un senso d’armonia. Lo spettatore ricerca nei dialoghi, nei gesti un senso che li raggiunge nel profondo del loro inconscio, e l’ambito diventa il luogo che ognuno è chiamato a preservare e difendere in una solitudine che è ricercata nello stesso modo nella quale è respinta. Vi è sospensione e caduta psicologica, nell’individuazione di un rapporto tra i due personaggi, la relazione tra un padre e un figlio, tra un uomo e una donna, tra due amici. La relazione di un corpo che volutamente (e disperatamente) interagisce con un altro.

ANNAMARIA POMPILI E DAVIDE BUONASORTE
www.teatroteatro.it
1 dicembre 2007

 

CAOS

Il caos che ci circonda, che parte dal cosmo, in una visione inizialmente universale, caratterizzata da una forte musica pervasiva, è quello dello smarrimento
I personaggi…con il contatto continuo dei loro corpi creano delle figure che sprigionano una potenza, un fuoco. Talvolta parlano o incalzano in scene grottesche o di parodia.
Così vestiti potrebbero sembrare a volte dei guerrieri, nelle scene più aggressive. Talvolta sembrano essere ridotti all’essenziale e sembrano vivere in un mondo sconosciuto. ..sono leggeri, quasi senza peso.
Caos primordiale e caos attuale, vissuto movendosi, gridando e sussurrando.
Sono tutti una piccola parte di un universo che li divora, ma non vogliono soccombere. Splendida la musica di collaboratori già collaudati: Epsilon Indi.
Il disegno luci di Danila Blasi, anch’essa già collaboratrice degli Atacama, ha valorizzato l’essenziale ma suggestiva scenografia.
Molto originali i costumi di Giovanna Lombardo , ben adattati su personaggi in continua trasformazione.

JOLANDA DOLCE
Jolandadolce.it
Settembre 2006

ISTRUZIONI PER RENDERSI INFELICI

Questa materia di riflessione è stata tradotta nei termini del teatro danza dalla compagnia Atacama di Patrizia Cavola e Ivàn Truol i quali compongono una pièce per quattro danz-attori. La definizione è già un biglietto da visita per l’approccio leggero, ironico, in equilibrio perfetto tra performance e danza con cui i quattro presentano lo spettacolo. Un gruppo affiatato e divertito che sa restituire il percorso psicanalitico di Watzlawick con profondità e ironia. Così vediamo due donne nevrotiche richiamare e allontanare in continuazione dei partner obbedienti come cagnolini o timorosi dell’umore della propria donna. Oppure assistiamo a un monologo-dialogo femminile dove le parole sono solo versi (quelli di Rozenn Corbell presi dalla lingua francese) una sorta di grammellot che permette alle due danz-attrici di comunicare tra di loro e col pubblico. Ne emerge una casistica interessante appena venata dal maschilismo che vede l’uomo vessato dalla donna volubile e nevrotica mentre lui, l’uomo è timoroso, pauroso, privo di autorità. Difetto che però risiede nella fonte cui Atacama si è ispirata perchè la ricerca coreografica della compagnia contraddice questa visione maschilista proponendo dei movimenti coreutici che vanno ben al di là dei classici ruoli maschile
femminile. E’ uno splendore vedere donne che portano uomini o uomini che portano altri uomini in una ricerca coreografica dove la differenza di statura di corporatura non influenza la capacità di ognuno di portare (in senso coreografico) i colleghi, una ricerca di danza pura che fa del movimento e della relazione tra i corpi il momento centrale di tutta l’impostazione dello spettacolo. Uno spettacolo da vedere e rivedere per divertirsi ma anche per riflettere su certi atteggiamenti del comportamento umano. Uno spettacolo costruito nel 2004 che è già diventato un classico imprescindibile della danza (e del teatro danza) contemporanei. Il pubblico approva e applaude copiosamente costringendo i quattro danz-attori a ripetute uscite.

ALESSANDRO PAESANO
TEATRO.ORG
Aprile 2009

I ballerini-attori ci mostreranno, con le loro danze suggestive, musiche tetre e figure grottesche, create con i loro corpi, tutta la mostruosità dell’amore ossessivo ed egoistico. E tutto servirà per trasmettere al meglio questo messaggio sull’ “infelicità globale”: il palco buio, illuminato a tratti da fari che creano linee orizzontali o verticali, dove camminano o corrono gli attori con i loro vestiti gialli e neri che catturano avidamente l’occhio dello spettatore. Tutto pare convergere in circostanze terribilmente illogiche, a situazioni reali portate all’esasperazione. Le nostre turbe, i nostri battibecchi vengono ingigantiti, ma tutto non è che lo specchio veritiero delle nostre insoddisfazioni; e guardando ai recitanti captiamo il nocciolo della nostra tristezza, di quell’angoscia che ci perseguita, e non ci abbandona mai. I quattro attori-danzanti riescono a trasmetterci tutto il malessere di rapporti sbagliati solo con i loro balli, i loro movimenti lenti, quasi fossero un dejavu della nostra mente; poche parole dette da una voce esterna che ci ricorda che l’uomo è capace di annientarsi da solo. Poche, ma toccanti anche le parole dette dagli stessi ballerini per farci capire come la vita ce la rendiamo impossibile noi, fobici di tutto.

CLAUDIA ROSA
CULTURALAZIO.IT
29 aprile 2009

Nella cornice di quello che all’oggi rimane essere forse il più importante dei teatri di ricerca di Roma, i giorni 28,29 e 30 aprile, la compagnia Atacama, diretta da Patrizia Cavola e Ivàn Truol, ha portato in scena la sua produzione “Istruzioni per rendersi infelici”, già vincitrice del premio teatro città di Aversa 2007. lo spettacolo vede protagoniste quattro figure meccanicamente quotidiane che disegnano con la loro presenza, un mondo all’interno del quale le proprie proiezioni, si palesano nel vuoto, costruendo come una complessa scenografia. Un mondo dove plasmare equivale sempre ad essere plasmati, dove toccarsi desta sgomento. Ogni pretesto è buono per complicarsi la vita, per rompere la noia della semplicità. È il dramma dell’inevitabile relazione con l’altro. Sospetto, sfiducia, rifiuto sono parole che potrebbero essere incise sul fondale; ma non ci sono, non c’è parola a meno che non sia vuota, sterile, stilizzata, simbolica, insomma a meno che la fittizia necessità di incomunicabilità di quelle figure, non venga soddisfatta. La sensuale asetticità dei costumi, si fonde alla surreale immagine di un’interiorità senza tempo. Lo scandire dei passi è già danza e prefigura una ricerca di movimento che talvolta è puramente coreutico e talvolta è azione drammatica. I linguaggi sono molteplici, e tutti intrisi di una sorniona ironia che quasi esorcizza la spaventosa quanto umana realtà. E’ tutto vero ciò che si può vedere, anche se a mostrarcelo non sono uomini, ma abili ombre.

GIANPAOLO MARCUCCI
CORRIEREdiROMA.IT
Aprile 2009

Geniale, seppur per intenditori. E lo sa bene il Teatro Fara Nume, che come può non si lascia scappare eventi “al limite”, che giocano molto del loro appeal sullo humour quello elegante e smaliziato, da sempre marchio di fabbrica della struttura culturale di via Baffigo. Un testo che riesce ovunque a strappare sorrisi e consensi Una rappresentazione per accattivare il pubblico, ma soprattutto per riflettere e dimostrare come sia ancora possibile dare sfoggio della propria arte strappando al contempo risate senza essere banali e riuscendo persino a dire qualcosa di sensato.

GIAN MARCO VENTURI
IL GIORNALE DI OSTIA
11-12 maggio 2008

Il lavoro di creazione è indissolubilmente legato alla elaborazione di un personale codice coreografico, stile di danza e poetica espressiva. Tutti i codici dell’arte terapia: l’espressione vocale, che sia testo o canto, la musica e quale altra forma artistica si riveli necessaria durante la creazione… Questo particolare interesse per la persona e l’attenzione ad aspetti come il contatto, la relazione, l’autenticità, la consapevolezza… richiamano alcuni passaggi fondamentali di un percorso arte terapeutico… Gli spettacoli della compagnia Atacama sono accesi dallo scorrere delle emozioni, conquistano il pubblico con suggestioni emotive intense, ma c’è anche uno straordinario dominio corporeo, dinamismo, padronanza e capacità recitativa.

ROBERTA PAPPADA’
ARTI TERAPIE
Settembre- ottobre 2004 n. 10 anno x

La coreografia ideata e diretta dai primi ballerini Patrizia Cavola e Ivan Truol si colloca nella terra di mezzo tra danza e teatro, luogo impervio dell’espressione artistica in cui movimento, espressione vocale, musica e altre forme espressive forgiate durante l’atto creativo interagiscono l’una con l’altra. Come i tre precedenti allestimenti: Dal Sud, Sguardo rubato, La Cama, spettacoli presentati nei più importanti festival d’arte coreutica internazionali, anche Istruzioni per rendersi infelici prosegue nel solco del provocatorio teatro dell’agire, che richiede ai suoi protagonisti notevole presenza scenica e un grande vigore fisico. Due caratteristiche rintracciabili nel dna della compagnia Atacama, che eleva la danza a pura espressione dell’essere.

ALESSANDRA MICCINESI
IL GIORNALE
3/11/2004

Un pò Charlot, un pò Keaton, un pò Clodette Colbert, un pò sposa volante di Chagall, gli uomini e le donne, personaggi di Istruzioni per rendersi infelici armeggiano con le proprie vite su un palcoscenico vuoto, nero, rumoroso come il mondo. Vestiti a strisce nere e gialle, come quei manichini snodabili che simulano la reazione del corpo umano e che sono utilizzate per le prove tecniche di sicurezza delle auto, i quattro ballerini di Atacama … hanno volti umani, troppo umani. Ordinano e obbediscono, si accoppiano e si combattono, interagendo meccanicamente, e dunque con effetto comico, mostrando come nella quotidianità di gesti ed emozioni si possa essere fermamente decisi a voler essere infelici…
Dal punto di vista coreografico il salto acrobatico è normalizzato e inserito nel gesto della vita quotidiana. L’effetto più originale interessante nel suscitare riflessioni sul vivere umano è l’inserimento reciproco dei corpi alla ricerca del piacere irraggiungibile in un tetris fluido, rapido, indolore e senza dubbio efficacemente infelice… Simili … a Keaton, i protagonisti di Istruzioni non combattono un brutto mondo ma lottano miseramente con le ombre esplose sul palcoscenico, metafore della loro mente.

VERONICA FLORA
CINEMA AVVENIRE.IT
19 settembre 2004

Vi suggerisco di andare a vedere lo spettacolo della Compagnia Atacama che, con la regia di Patrizia Cavola e Ivan Truol, nella forma del teatrodanza, rappresenta chiaramente e ironicamente un’umanità impegnata a rendersi scontenta. Il messaggio, che arriva ad un pubblico di tutte le età, è chiaro e diretto: “Sii infelice!!”.

KATIA CARLINI
PSICOLOGIA IN MOVIMENTO
Luglio- agosto 2004

LA CAMA

“Nell’affrontare il tema i due artisti affrontano i problemi di uno studio sistematico del movimento, della dinamica, degli impulsi, quindi della danza moderna. E riescono nell’intento.
Patrizia Cavola è un tipo, un carattere con quel viso aguzzo, triangolare, è una danzatrice di carattere che non esita a mortificare il suo corpo, caso abbastanza raro da noi, di spezzare o di aggrovigliare le linee per esprimere un disagio, un tormento. Ivàn Truol è tempra sicura di attore, con quel viso abbacinato e smarrito, si muove molto bene con lazzi di mimo. E’ raro anche questo, che da noi un attore “agisca”…….Per tutte queste particolarità ci sentiamo di segnalare Atacama come indirizzo di spettacolo rigoroso e serio. Se vi capita: andate a vederlo, scartando confusione, indecifrabilità, superficialità che ci circondano e ci opprimono da tutte le parti, salvo le eccezioni ma queste spettano a noi, come vedete, a notificarle.”

ALBERTO TESTA
TUTTODANZA
Estate 2002 anno XXVI n. 2
e LA REPUBBLICA
19 maggio 2002

“La Cama, con Patrizia Cavola e Ivàn Truol i bravi danzatori che ne sono anche autori, esprime dinamiche e sensazioni sollecitate dalla relazione che viene a crearsi tra il letto, l’oggetto scenografico su cui è incentrato questo lavoro, e chi lo occupa.”

MARIA CRISTINA BUTTA’
ITALIA SERA
25 maggio 2002

“Nel settore della danza distacca la presenza degli italiani Atacama.”

EL PERIODICO
TEATRE BCN
tot el Teatre que es fa a Barcelona
n. 31 giugno 2002

“Una coreografia originale, piacevole, che ha catturato gli spettatori grazie a un connubio indovinato fra danza e teatro. Bravi, dunque, gli interpreti: Patrizia Cavola e Ivàn Truol artefici anche della coreografia e della regia. “

LUCIA BURELLO
MESSAGGERO VENETO
5 luglio 2003

“Patrizia Cavola e Ivàn Truol hanno dato “corpo” nel senso di una danza molto fisica e teatrale, a questa peculiarità del letto quale luogo fondamentale dell’esistenza. Con misurata ironia e un velo di compassione bonaria “La Cama” svela tic, squallori, imbarazzi e frenesie che appartengono all’intimità del letto e, quindi, un po’ a tutti noi.”

FEDERICA SASSARA
IL GAZZETTINO
5 luglio 2003

“Interessante sarà poi immergersi nell’atmosfera psichedelica della compagnia Atacama. I due coreografi, Patrizia Cavola e Ivàn Truol, entrambi di ottimo livello e notevole esperienza, con “Dal Sud o intorno all’11 settembre 1973” proseguono la collaborazione musicale con Epsilon Indi già apprezzata in altri spettacoli come l’ultimo “La Cama”: indagine sui rapporti dentro un letto. Da questo spettacolo ci si può aspettare di certo quel lavoro sul movimento, che si fa simbolo, tipico dei due coreografi attenti al dettaglio e capaci di muoversi dall’ironia al dramma, restituendo il senso più profondo delle cose.”

SABRINA LA STELLA
ITALIA SERA
Speciale danza 14-15 settembre 2003

“Ci sono le inquietudini e l’ironia dell’esistenza umana nel racconto danzato dentro e intorno ad un letto da Patrizia Cavola e Ivan Truol della compagnia Atacama. E’ “la cama”, secondo appuntamento del festival “Nuova danza” dell’Asmed, affascinante prova di teatro-danza, densa di suggestioni emotive veicolate dal gesto, la musica, la parola e le immagini.” ROBERTA SANNA

LA NUOVA SARDEGNA
13 novembre 2003

“Un letto. E’ tutto quello che serve a Patrizia Cavola e Ivan Truol della compagnia Atacama, per disegnare una danza al limite fra veglia e sonno. “La cama”…confonde volutamente il reale e l’onirico in un gioco di sovrapposizioni che si rivelano man mano che lo spettacolo si snocciola.”

MONICA PEROZZI
L’UNIONE SARDA
11 novembre 2003
DAL SUD

“Attraverso un gesto mai eccessivo, ma sempre studiato e attento a ricreare la drammaticità (anche nella leggerezza che a questa prepara) di una situazione realistica metafora dello stato politico di quel regime, i due danzatori si fanno così commovente veicolo di rappresentazione dell’impossibilità d’amare, tramite rappresentativo dell’amore come delitto…… La compagnia Atacama è bravissima a ricreare tutto ciò nel proprio corpo che amplifica il rumore della tragedia rendendola toccabile nelle sue espressioni più vere. Efficace e commovente nell’incidere sulla scena quell’orrore….Ed è bravissima a lasciarti quel senso di disagio e colpa per non aver impedito l’orrore che si insinua nel quotidiano.”

SABRINA LA STELLA
AVANTI!
17 ottobre 2003

“Nuovi ritmi del cuore, emozioni ad alta densità fisica, con “Dal Sud” della compagnia Atacama………Molto bravi i due protagonisti con passaggi di teatro danza di particolare sensibilità espressiva e alla fine sembrava non volessero esaurirsi gli applausi del pubblico.”

VALERIA OTTOLENGHI
GAZZETTA DI PARMA
22 febbraio 1998

“Ivàn Truol, l’attore-ballerino, è un cileno trapiantato in Italia. Vive la storia con la stessa intensità emotiva con cui, probabilmente l’ha vissuta il suo popolo mettendoci, in più, una sensibilità tutta latina filtrata da una tecnica eccellente. Patrizia Cavola ci ha semplicemente stupiti per la sua padronanza e capacità recitativa in un testo non semplice (per intensità) e in un balletto fortemente condizionato dalla drammaticità.”

MASSIMO CONSORTI
CORRIERE DI ASCOLI
19 settembre 1997

“Dal Sud era il titolo dell’emozionante spettacolo d’esordio della rassegna, presentato ieri con successo dalla compagnia Atacama di Patrizia Cavola e Ivàn Truol. La loro prima produzione è una storia d’amore raccontata con parole e gesti, eccellente tecnica e particolare sensibilità espressiva.”

CLAUDIA ALLASIA
LA REPUBBLICA
8 maggio 1998

“Ancora ironia per il filo-bauschiano e nell’insieme efficace Dal Sud.”

LUANA BOMBARDI
IL RESTO DEL CARLINO
30 aprile 1997

“Sembra giusto segnalare una buona ballerina Patrizia Cavola della Compagnia Atacama.”

ENRICO GATTA
LA NAZIONE
19 ottobre 1997

“Abbiamo potuto vedere il gran talento scenico del nostro compatriota Ivàn Truol, danzatore e attore che ci ha dilettato con lo spettacolo Dal Sud. Diretto e coreografato da lui e dalla sua compagna di scena Patrizia Cavola, i quali hanno conquistato rapidamente il pubblico con dinamismo, forza espressiva e dominio corporeo. Un lusso averlo qui.”

JAIME CHOMALI
BOLETIN “REGION XIV”
Publicaciòn de la Embajada de Chile en Italia
Marzo 2001 anno 2 n. 2

“Uno spettacolo ispirato ai tragici fatti che esattamente trent’anni fa portarono in Cile all’estromissione con la forza del legittimo governo di Salvador Allende e alla dittatura militare del generale Augusto Pinochet. Temi non facili che gli autori – i danzatori Patrizia Cavola e Ivàn Truol, fondatori e direttori della compagnia “Atacama”, affrontano affidandosi soprattutto al potere evocativo del gesto e del movimento.”

DONATELLA BERTOZZI
IL MESSAGGERO
Settembre 2003

SGUARDO RUBATO

“Una danza dinamica, che divora lo spazio, dal segno forte ed incisivo, che si scatena nel poco tempo che le resta, per la compagnia romana Atacama.”

FEDERICA FURLANIS
ALLA RIBALTA
Mensile d’Informazione e d’Arte
Anno XXVIII n. 5 ottobre 1998

“RASSEGNA STAMPA ATACAMA” PDF